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1.3. Intolleranze alimentari ed allergie I

Angeli dei Sette Chakra
Gli Angeli dei Chakra si rivolgono ad animi in cammino verso un sempre maggiore e consapevole equilibrio personale.
Donarsi o donare un angelo dei Chakra è un gesto colmo di simboli e significati.

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Chimica o fisica?
Sono di moda, le fanno praticamente quasi tutti; addirittura sono state create delle macchine all’uopo, per riconoscerle.
In passato le intolleranze molto attendibili erano fatte in laboratorio tramite particolari analisi del sangue; erano fondamentali per cercare di capire le possibili allergie, ben più serie delle intolleranze.

La differenza sostanziale che passa tra un’allergia (termine coniato dal pediatra Cl. Von Pirquet, Vienna 1906; dal greco állos = altro e il secondo elemento di enérgeia = energia, per indicare una reazione mutata – Migl. Onom.) ed un’intolleranza (av. 1481, F. Filelfo "abnorme reazione dell’organismo verso un alimento, un farmaco o un agente fisico") è fondamentale perché la prima è la conseguenza di un’azione alterata nei meccanismi interni cioè una risposta inadatta e dannosa di meccanismi di difesa dell’organismo che lo fa reagire ad una certa sostanza normalmente presente nell’ambiente, in modo autodistruttivo, a tal punto che può causare uno shock anafilattico che se non preso in tempo può provocare la morte. Mentre la seconda può provocare fastidi intensi, ma non letali. In genere questi pericoli si corrono con sostanze di vario tipo, sia naturali che sintetiche.

Negli ultimi anni le persone con allergie sono aumentate notevolmente ma, a mio avviso e secondo la medicina olistica, le allergie sono sempre una problematica della persona allergica e non da ascrivere alla sostanza imputata. In questo, in effetti, assomigliano alle intolleranze in quanto la sostanza esiste a prescindere dall’individuo. Un po’ come il rapporto che c’è tra il malato e la malattia: la malattia esiste a prescindere, poi c’è l’individuo che se ne ammala.
Il rapporto che si crea tra una sostanza e l’individuo che non la sopporta non è mai stato chiarito e pertanto l’unica cosa che il terapeuta può fare, venuto a conoscenza del problema, è quello di privare l’individuo in questione di quella particolare sostanza. Nei casi di allergie questa separazione può essere anche per sempre (su questo si cercherà poi di studiare i motivi dell’allergia che in molti casi prende molte persone; analizzando tutte le possibilità: da quelle sociologiche a quelle psicologiche; da quelle filosofiche a quelle caratteriali; da quelle morfologiche a quelle ereditarie; ecc.), mentre nei casi di intolleranza la problematica può essere anche periodica e di breve periodo.

Ed è proprio su questa sua peculiarità che l’intolleranza fa riflettere. Perché per un periodo più o meno lungo un individuo si ritrova ad essere intollerante ad un alimento per via di una certa sostanza in esso contenuta? Dobbiamo quindi porci la domanda: "Cosa vuol dire essere intollerante?". Significa avere difficoltà (che si manifestano in vari modi) alla convivenza, all’accettazione di qualcosa che sia diverso o che comunque non sia in linea con ciò che viviamo.
Edward Bach dette una valida spiegazione di questo termine quando scoprì gli effetti del Fagus sylvatica (Faggio, in inglese Beech, uno dei suoi famosi 38 fiori); analizzando l’impossibilità di qualsiasi pianta a crescere in un faggeto: "Per quelli che provano il bisogno di vedere più bontà e bellezza in tutto ciò che li circonda e, benché molte cose appaiano sbagliate, sanno discernere quanto c’è di buono. Ciò per essere più tolleranti, più indulgenti e per meglio comprendere le differenti vie imboccate da ogni individuo e da tutte le cose per arrivare alla propria protezione finale». «Non criticheremo mai, né condanneremo, i pensieri, le opinioni, le idee degli altri; ricordando sempre che tutta l’umanità è formata dai figli di Dio e che ognuno cerca la sua strada per trovare la Gloria del Padre"

Quest’albero non permette appunto, la presenza o comunque la crescita nel suo campo, ad alcuna altra forma di vita vegetale perché oscura il sole con le sue foglie e la sua altezza e non permette ad altre piante di cibarsi della luce. Eppure a coloro a cui viene somministrato Beech viene riconosciuta, secondo il criterio della Coincidentia Oppositorum o della Similia Similibus Curantur, una grande capacità di tolleranza ed accoglimento.
Che significa allora essere intollerante? A me viene in mente, secondo quanto su accennato, che una certa sostanza innesca in noi un meccanismo di reazione dato da una sostanza a noi fin troppo congeniale come azione. Il vero problema ce lo ritroviamo quando vogliamo fare un’analisi del fenomeno: chimica o fisica? In genere dovremmo seguire il criterio secondo il quale nella chimica è compresa la fisica e non viceversa. Purtroppo secondo la medicina convenzionale un’analisi chimica è l’unica attendibile perché non si prende in esame l’aspetto fisico e quindi la loro collusione, anzi in genere viene presentata come un conflitto.
Questo mi riporta ad un concetto molto chiaro in Omeopatia e cioè che il rimedio è utile solo se è simile alle manifestazioni psicoemotive e fisiche del paziente.
Si pensi che nella medicina Ayurvedica in cui si parla di umori, fluidi che scorrono nel nostro essere olistico (dal greco ólos = tutto, intero) che presuppongono l’assunzione o meno di alcuni alimenti perché questi possono aumentare uno degli umori già in eccesso, ma per lo stesso motivo in alcuni casi i medici indiani inducono l’assunzione di quegli stessi alimenti al fine di annullare l’eccesso di quell’umore…

Tutto questo ci riporta alla scelta che bisogna fare di fronte all’autoguarigione. Il nostro organismo è assolutamente in grado di autoregolarsi di fronte a tutto ciò che è esogeno, ma la caratteristica che lo rende vincente è la capacità di un individuo di conoscersi perché capace di sentirsi e di ascoltarsi. Del resto non è questo il compito della medicina convenzionale (anche per questioni di convenienza), ma dovrebbe essere compito della medicina olistica. Ultimamente, ad un seminario tenuto dal Prof. Dott. Fernando Piterà egli stesso ha affermato un concetto con il quale mi trovo perfettamente in linea: "Quando si induce un medico a curare, bisognerebbe prima di tutto curargli la sua psora, in omeopatia sinonimo di paura".
A questo bisogna aggiungere un’altra analisi che è quella dell’individuazione di elementi mutati, presenti nell’ambiente e specialmente nell’alimentazione. Su questo sono del parere che il nostro organismo ha la capacità di mutare seguendo le mutazioni dell’ambiente. Infatti a parte alcune specie come gli Squali e gli Scarafaggi, per esempio, che in milioni di anni non hanno subito stimabili variazioni, l’essere umano ha avuto una capacità incredibile di adattarsi, mutando, alle sollecitazioni del macrocosmo. Rimane solo il problema di lasciare all’uomo “ipermoderno” la possibilità di prendere le misure, di volta in volta, dell’ambiente in cui vive con tutte le sue variazioni per quanto veloci possano essere.

Il problema delle intolleranze, comunque, non può essere ghettizzato ad un contesto esclusivamente fisiologico. Bisognerebbe capire cos’è l’intolleranza prima di capire perché lo si è a qualcosa.
Quando testo le intolleranze, con la mia macchina, mi dedico esclusivamente alla capacità dell’apparato digerente di assorbire quella sostanza o quell’alimento.
In effetti i test delle intolleranze servono esclusivamente a capire quali sono gli alimenti e le sostanze inutili ad ognuno per controllare il funzionamento del metabolismo ed evitare problemi quali il soprappeso, la cattiva digestione, la dispepsia, la cattiva funzionalità epatica, ecc.
Spesso mi accade di trovare alimenti che, invece di dare intolleranza, infiammano; ciò significa che molti alimenti sono iperenergetici e l’organismo non li sopporta perché non ne sente la necessità.
A chi ritiene di avere una certa chiarezza riguardo l’origine psicologica delle proprie intolleranze, consiglio un incontro con la Psicoterapia (personalmente preferisco quella corporea) perché, attraverso la conoscenza di se stessi, si potrà avere chiara qual è la relazione che si ha con il mondo che ci circonda, e chi sa che non si scopra qualcosa che possa aiutarci a vivere meglio anche riguardo altri personali disagi di cui, probabilmente, non siamo a conoscenza.
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